Il terzo Paradiso

My first writing translated into Italian, after being translated into Spanish. 🙂

Marco Kusumawijaya

Architetto, urbanista e attivista indonesiano, ha fondato e lavorato con organizzazioni non governative impegnate sui temi della sostenibilità urbana, del diritto all’alloggio e della giustizia in molte parti dell’Indonesia e più in generale dell’Est e Sud-Est asiatico. Ha anche lavorato alla ricostruzione di 23 comunità ad Aceh dopo lo tsunami del 2004, seguendo pervicacemente un approccio che prevede il mettersi in ascolto della gente del luogo. Le sue esperienze in campo artistico includono la presidenza del Jakarta Arts Council (dal 2006 al 2010), la curatela di mostre e iniziative artistiche locali e funzioni di consulenza in diversi paesi. Attualmente è presidente del Comitato scientifico ufficiale incaricato di supervisionare e sviluppare politiche per il recupero delle aree costiere di Giacarta.

Il futuro vedrà l’Homo sapiens riconciliato con la natura. I suoi insediamenti non saranno urbani e nemmeno rurali, ma un’unione urbano-rurale. Le modalità specifiche di questa unione cambieranno costantemente, ma saranno orientate a far sì che i due ambienti siano sempre più in armonia l’uno con l’altro. Continueranno ad evolvere all’unisono. L’Homo sapiens avrà sempre più conoscenze e inventerà nuove cose, miglioran- do le sue abilità nel modellare il “terzo Paradiso”1. L’economia (la “legge della casa”) si inchinerà per sottomettersi all’ecologia (la “logica della casa”).

Non ricreeremo l’Eden. Con quello che ci è rimasto – una natura bruciata e delle città in frantumi – ci riprenderemo insieme ad un ritmo e con un accordo comune. Più probabil- mente, sarà l’Homo sapiens a sottomettere se stesso alla natura e a utilizzare la creatività (un talento che solo l’Homo sapiens possiede) per sviluppare nuove attitudini e soluzioni all’inter- no della sua logica.

I/ Giustizia e comunità

A causa del nostro sviluppo alimentato al di fuori di quella logica, ora ci troviamo a far fronte non solo alla sfida del cam- biamento climatico, ma anche alla limitatezza delle risorse ma- teriali. La giustizia è un problema di distribuzione di risorse, il che dipende da come è organizzata una società. La giustizia diventa ancora più urgente non solo perché percepiamo la fini- tezza delle risorse, ma anche per i cambiamenti che dobbiamo attuare per riorganizzare la nostra società, affinché raggiunga una sostenibilità. Ciò non è possibile senza un progetto che ottenga allo stesso tempo la tanto attesa giustizia. Senza perce- zione di una vera giustizia, non tutti saranno motivati al cam- biamento. Possiamo anche pensare alla sostenibilità ecologica come a qualcosa che ci dia ancora un’altra, se non l’ultima, occasione di conseguire la giustizia.

Mi piace immaginare che le comunità saranno ancora più importanti nella nostra futura società globalizzata, perché que- sto potrebbe incoraggiare una giustizia critica.

Per “comunità” intendo un gruppo di persone che vive in- sieme in un territorio condiviso e spartisce alcuni beni comuni in modo concreto, con vincoli e conseguenze percepiti ogni giorno immediatamente. La dimensione e i limiti territoriali o spaziali sono essenziali per la percezione immediata dei vincoli e delle conseguenze. Io perciò escludo l’uso modificato del ter- mine comunità come si fa quando si parla di “comunità di pra- tica”, a meno che non si intenda una vita insieme in uno spazio e in una dimensione vincolata. Non includo nemmeno quelle “comunità immaginate” e “comunità istituzionali” come la “Comunità europea”, “l’ASEAN” (l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico), “la comunità internazionale” e anche “lo stato nazionale”.

Come modo di vita alternativo verso la sostenibilità ecolo- gica, la comunità di conseguenza diventa una potenziale critica verso lo stato, il mercato e, ancora più importante, il desiderio.

Quindi, la comunità occupa una posizione critica sempre più essenziale per andare oltre l’atteggiamento di chi tratta la comunità come semplice soggetto nell’approccio allo sviluppo, come appare, tra le altre, in frasi del tipo “sviluppo basato sulla comunità”, “ricostruzione motivata dalla comunità”, “mappa- tura comunitaria” ecc.

Una vita in comunità (definita come sopra) può essere pra- ticata con la più elevata consapevolezza dell’imperfezione del- lo stato, del mercato e del desiderio, tanto quanto dell’imper- fezione della comunità stessa. Diventa chiaro che la comunità non è un semplice riempitivo dell’incrinatura del sistema stato- nazione e capitalistico. È una potenziale risorsa per produrre delle alternative (se non dei sostituti) e – altrettanto importanti – delle critiche.

Come per il desiderio, una comunità può giocare un ruolo non solo in termini di controllo di un consumo eccessivo, ma anche come fonte di idee e pratiche per un consumo e una pro- duzione sostenibili, almeno per impedirci di finire nella “tragedia dei beni comuni”. La comunità è una ideologia funzionale per produrre più beni comuni e un luogo in se stesso meritevole per collocare più beni comuni. La comunità potrebbe essere una fonte per produrre nuove relazioni in un vivere comune, in un sistema di consumo e produzione collaborativi e nel dare significato a, o trarre significato da, una coesistenza con gli “altri”.

Quello che va sottolineato maggiormente è che la comunità può rappresentare una critica al desiderio. Non sappiamo ancora per certo come la battaglia contro il cambiamento cli- matico e la limitatezza delle risorse andrà a finire. Ci sono vari scenari possibili. Io direi, tuttavia, che la maniera in cui criti- chiamo il nostro desiderio cambierà i giochi.

Bene o male ora abbiamo un consenso sulla necessità di una transizione ecologica che sarebbe dovuta iniziare ben prima. La transizione ecologica è un processo per mezzo del quale cambiamo il nostro sistema di vita, per inserirci nel sistema della terra e dei suoi princìpi, in linea con la “logica della casa”, il pianeta.

I cambiamenti a livello individuale non sono mai sufficienti. I cambiamenti necessitano di essere testati e radicati a livello della “vita in comune”: il luogo dove avvengono le relazioni più complesse ma inevitabili. Deve essere scoperto, o costruito su scala e livelli fattibili di comunità, un modo di vita in comune ecologicamente sostenibile.

All’interno di una prospettiva ecologica, il consumo è pro- prio al centro del desiderio. Collegato a esso ci sono livelli più profondi e talvolta nascosti: aspirazioni alla prosperità univer- sale, il potere, un complesso industriale e un interesse personale, l’espansione dello spazio abitabile nella natura o in territori altrui e così via.

Le comunità, attraverso un processo di dialogo e di comu- nicazione aperta, potrebbero fornire dei limiti, con un ruolo di moderatore. Potrebbero cominciare ponendo delle domande per distinguere i bisogni dai desideri, potrebbero procedere esplorando alternative più o meno limitanti o, ancora, po- trebbero offrire nuove ricchezze. “Esistono un consumo e una produzione sostenibili?”. Questa è la domanda che dovrebbe portarci a inventare una nuova economia e una forma di stato, dal momento che sono costruiti per soddisfare i nostri desideri. Rifletterci non può essere sufficiente se non ragioniamo anche sui nostri desideri. La comunità può avanzare una seria critica al consumo e alla produzione se discute anche di desideri.

II/ La città è una comunità?

Nel sud-est asiatico tra il XV e il XVII secolo l’urbanizzazione fece la sua comparsa contestualmente alla modernizzazione. E così pure le comunità urbane. Cambiò la percezione del mondo, di se stessi, del tempo e dello spazio. Due secoli più tardi le città nel sudest asiatico sono servite come fonte di critica verso gli stati coloniali. Dovrebbero essere altresì una critica delle forme contemporanee di stato. Una città, essendo la forma più sofisticata di vita insieme nelle condizioni più intense e dense, fornisce molti beni comuni, incluse merci e narrazioni. Ma il fatto stesso di essere un bene comune la espone a minacce continue e persistenti. È quindi urgente che la città, per rimanere comunità, sia critica anche verso se stessa. La città nella sua lunga storia ha continuato a cambiare individui e culture. Può anche cambiare fondamentalmente nel modo in cui usa energia e materiali.

Perciò, sì, una città può essere una comunità, più reale che non uno stato nazionale, a condizione che sia produttiva nel creare e mantenere i beni comuni, mostrandosi critica verso se stessa e verso gli altri. La maggior parte delle violazioni e trasformazioni di beni comuni in proprietà pubbliche (possedute dallo stato) e private hanno luogo sempre di più, e più intensa- mente, soprattutto nel processo di urbanizzazione.

III/ Ottimismo

In realtà la suddetta visione non sembrerebbe essere trop- po lontana. Ci sono già pensieri emergenti, teorie, scienze, tec- niche e pratiche che creano nuovi percorsi per riconnettersi con la natura. Una scorsa veloce svela l’ecologia profonda2 a livello filosofico. In economia sono comparse economie ambientali, bio ed ecologiche: a livello produttivo ci sono l’economia blu3 e l’economia circolare basate sulla scienza del metabolismo circolare. Ci sono molte pratiche emergenti di recupero ecologico come la (ri)naturalizzazione dei corsi d’acqua, l’agricoltura organica e quella circolare. Nella progettazione di una città c’è un approccio sensibile all’acqua. Molte cose sono etichettate “bio” ai giorni nostri: bioedilizia, bioenergia, biomateriali ecc.; sebbene dobbiamo essere cauti con il cosiddetto green-washing [il darsi una patina di credibilità ambientale], l’etichetta bio indica una qualche buona volontà e dei pensieri imperfetti che includono l’opportunità di migliorare.

In alcune città è tornata a circolare una politica di solidarie- tà per ricostruire le comunità urbane. Gli artisti hanno lavorato per un po’ con le comunità per costruire insieme un qualche tipo di nuova coscienza condivisa verso la co-produzione di beni comuni.

A fronte di uno stato il cui potere è basato sulla razionalità egemonica ci sono all’altro capo comunità indigene che vivono ancora con le loro proprie regole. Molti programmi di conser- vazione marina e forestale in Indonesia sono basati su, e utilizzano, regole disponibili ed efficaci nelle comunità locali. La ricostruzione di Aceh dopo lo tsunami del 2004 ha visto il coinvolgimento di molte iniziative autonome delle comunità locali. Sono stati fatti degli sforzi per vedere come le logiche multiple contenute in queste norme, princìpi, regole e pratiche possano trascendere i loro limiti contestuali e portarci nel futuro.

1 È un concetto che ho tratto da un discorso dell’artista italiano Michelangelo Pistoletto tenuto a Berlino nel 2011; cf. M. Pistoletto, Il terzo Paradiso, Marsilio, Venezia 2010.

2 H.-St. Afeissa, Deep ecology/Écologie profonde, e Id., Næss, Arne (1912- 2009), entrambi in D. Bourg – A. Papaux, Dictionnaire de la pensée écologique, Presses universitaires de France, Paris 2015.

3 Cf. http://www.gunterpauli.com/the-blue-economy.html.

(traduzione dall’inglese di erminia ricci)

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